Giri di chiave

 

I corridoi sono lunghi, bianchi, illuminati da luce al neon. I soffitti bassi, le sbarre che separano le varie aree e divisioni. Ogni volta che passi un’inferriata, senti la serratura alle tue spalle chiudersi automaticamente. Gli unici suoni sono metallo contro metallo e qualche voce in lontananza che s’azzittisce quando passi vicino. In giro cartelli che non capisco. Come quello in guardiola al secondo sbarramento: “La conta si azzera alle 8:00, 12:00, 15:00, 18:00 …”. Mi chiedo cosa voglia dire. L’unica “conta” che mi viene in mente è quella fatta quando giocavo a nascondino. O quando vedevo alla televisione un lancio di un missile per lo spazio. Evidentemente non si tratta di questo, sebbene sia altrettanto, per me, cosa d’un altro mondo.

Entrati in biblioteca (qualche metro quadrato occupato da un unico tavolo e alcuni scaffali lungo le pareti), una volta sistemata l’attrezzatura e seduti tutti al tavolo, l’appuntato chiude la porta alle nostre spalle. E fa rumorosamente più giri di chiave. Ci chiude dentro, insomma. Giulia, Fausten ed io dobbiamo aver fatto una faccia strana nel silenzio seguito allo sferragliare, perché il più giovane del gruppo ci guarda un po’ divertito del nostro stupore.

“Che effetto fa”, ci chiede “essere rinchiusi”.

I detenuti che hanno scelto di partecipare al nostro laboratorio sono sette. Uno tra questi è assente perché a quanto ho capito non ha fatto in tempo a consegnare la domanda che permette di essere in una zona del carcere piuttosto che in un’altra. Ci avevano già spiegato che il numero non poteva essere molto alto, per “questioni di sicurezza”, ma del resto i gruppi di lettura non devono essere troppo numerosi per permettere alla discussione di mantenere un corso fluido che consenta a tutti di parlare.

L’argomento di questa prima sessione di registrazione (dopo un incontro preliminare in cui la vicedirettrice ha ritirato le liberatorie che acconsentivano a registrare ed eventualmente fotografare gli incontri) è la lettura in generale, a partire dalla consegna del primo libro su cui ci troveremo a parlare il mese prossimo: “Il bosco delle volpi” di A. Paasilinna.

Siamo in dieci e facciamo tre continenti (America, Europa e Africa), ci portiamo dietro storie molto differenti, che le nostre diverse lingue fanno incontrare in un italiano che fa da terreno comune soprattutto in una parola: libri. E così eccoci qua, a parlare dei nostri libri. C’è chi dice che “Il bosco delle volpi” non lo leggerà, perché già dalle prime righe ha capito che non è il suo genere. Perché il suo genere è la poesia. “In un luogo di dolore” dice “c’è bisogno di una parola vecchia di mille anni che ti porti mille anni avanti”.

Dopo oltre due ore non mi ricordo più di dove sono, come mi capita ogni volta che mi immergo in un qualche modo nella letteratura. Me ne ricordo solo quando, per uscire dalla stanza, dobbiamo bussare ai doppi vetri della finestra interna che dà sul corridoio chiedendo all’appuntato di venirci ad aprire. Ripercorrendo i lunghi tunnel di mura verso l’uscita ripenso a cosa ci ha detto la vicedirettrice nella nostra prima visita: “Del carcere si ricorda l’odore. Un misto di disinfettante, chiuso, e presenze.” E penso anche che uno dei detenuti, per tutto l’incontro, correggeva continuamente il suo lessico. Diceva “galera”, e ripeteva, “il carcere”. “Da molti anni sono in galera- in carcere-” come per ammorbidire a noi estranei un concetto. Eppure sotto quel soffitto basso c’è un peso qui che non si leva, e tutto, dentro e fuori, sembra un posto così difficile da abitare…

I libri ci sono venuti in soccorso. In un modo incredibile hanno creato tra noi tutti un terreno di confronto e di apertura sorprendenti. Un’apertura che paradossalmente al di fuori di un contesto simile non sarebbe stato altrettanto facile trovare. Non ho da darmi spiegazioni razionali delle spinte – alte o basse – che portano le persone ad un colloquio. Le logiche usuali sospese. Preferirei allora affidarmi a un’altra parola. E trovo oggi, quasi per caso, “La sera domenicale” di Elsa Morante, che mi va qui di ricopiare:

“Per il dolore delle corsie malate

e di tutte le mura carcerarie

e dei campi spinati, dei forzati e dei loro guardiani,

e dei forni e delle Siberie e dei mattatoi

e delle marce e delle solitudini e delle intossicazioni e dei suicidi

e i sussulti della concezione

e il sapore dolciastro del seme e delle morti,

per il corpo innumerevole del dolore

(…)

oggi io ributto la ragione, maestà

che nega l’ultima grazia”

29 febbraio

Tags:

Comments are closed.