Una comunità di lettori

Gli uomini che abbiamo di fronte avranno tra i cinquanta e trent’anni. Non sappiamo perché sono qui e per quanto tempo ci resteranno. Quando tutti arrivano la porta alle nostre spalle, verniciata di blu come quelle dei traghetti per la Sardegna ed altrettanto pesante, viene chiusa a chiave. C’è una finestra nel muro, chi passa nei corridoio sbircia e saluta i compagni dentro con noi: ci siamo abituati, è come essere in radio, tra la regia e la saletta ospiti c’è proprio un vetro così. Ad un certo punto, verso le 17, si alza un vocio, forse è l’ora d’aria, siamo motivo di una certa curiosità. Il primo incontro serve per conoscersi e noi ci teniamo molto: uso forse un pò troppa enfasi per fargli capire che sono una lettrice che vuole condividere una passione e non una insegnante. Gli racconto di quanto mi sono sentita imprigionata i primi tempi che lavoravo dopo la laurea e di quanto questo mi abbia spinto a leggere forsennatamente di tutto. Forse per questo uno di loro spiega “sono in questa prigione che è il carcere” come a venirmi incontro, non sembra retorica e nemmeno una tautologia, essere qui anche per me significa riflettere su quanto carcere c’è fuori: timbra il cartellino in entrata, timbra il cartellino in uscita, assente ingiustificata….
Certo che non è la stessa cosa. Ma a me questo posto risulta vagamente famigliare. O forse capirò solo alla fine…
Accennano a “quel che uno può aver fatto” e che l’ha portato qui/lì dentro, con sobrietà. Senza volerci impressionare. Come qualcosa di ormai compreso, digerito, sviscerato. Percorso interiore e conoscenza di sé sembrano esserci già stati . Si sente dalle loro parole. Il desiderio di parlare di sé non li travolge. Sono misurati, cortesi.
Ma come va con la gestione dei conflitti interculturali? La lettura aiuta a capire e conoscere gli altri? Qui mi danno una lezione che mi sorprende “lei pensa che qua dentro sia come fuori?! ma non è così: qui ci sono delle leggi non scritte, mica perché ci sono le sbarre e i poliziotti” ma perché il rispetto reciproco è una garanzia per tutti e perché i casini ricadono democraticamente su tutti. “Questo è un luogo di sofferenza”…mal comune mezzo gaudio.
Questo senso di comunità, la consapevolezza della necessità di una convivenza è una lezione che non mi aspettavo, non qui. Ma quando esco mi chiedo in effetti quanti di noi si sentono sulla stessa barca con un clandestino o un immigrato regolare. O con la donna delle pulizie e il vecchietto con la pensione minima. Mica per fare retorica o demagogia. Quando la mediazione è un bisogno ci si guarda in modo diverso.

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