Stiamo tutti leggendo -ciascuno per sé, ovvio- il primo libro su cui ci confronteremo il prossimo 26 Marzo. L’autore è scandinavo, il suono del suo nome non so perché mi ricorda la sua terra: Arto Paasilinna.
Scegliere i libri da proporre ci ha dato molto da pensare. Non sapevamo in anticipo chi avremmo incontrato, per cui non era facile ipotizzare il tipo di lettura. Già è difficile consigliare libri ad un amico di cui si conoscono i gusti e la storia, figurarsi a un gruppo eterogeneo di cui non si sa nulla…
Come prima proposta è nata dunque a Giulia questa idea de “Il bosco delle volpi”. Una terra a tutti equidistante (difficile, abbiamo pensato forse seguendo un preconcetto, incontrare finlandesi nelle patrie galere) e dunque neutra, aperta, spaziosa per uno scambio di idee. Si parla di un clamoroso furto, rocambolesco e surreale, in chiave ironica e divertente. E il fatto che potessimo tutti sorridere durante la lettura ci ha solleticate. Giulia aveva già letto il testo, e da lei è venuta la proposta che infine è stata approvata e messa in atto anche grazie alla generosità della casa editrice Iperborea (lo confesso: per quanto mi riguarda l’ho sempre amata molto), che ci ha regalato le 10 copie necessarie al gruppo di lettura. Sto leggendo la mia, che scorre via liscia e gradevole. Avrò delle domande da fare, come il brano sul carcere che ho letto l’altra notte.
Mi accorgo, nel procedere pagina dopo pagina, che la situazione sta condizionando la mia stessa lettura. Sottolineo passaggi (in modo del tutto non calcolato) che altrimenti mi sarebbero con ogni probabilità scivolati sotto gli occhi per dare invece risalto ad altri. Questo è un punto su cui riflettere. Quanto il momento, le condizioni, le occasioni di lettura cambino il punto di vista verso ciò che si affronta. Certo, è un’ovvietà, eppure non l’avevo mai vissuta in modo tanto palpabile. Tanto che, ieri sera, mi sono accorta di aver sottolineato il seguente periodo:
“La latitanza, come adesso questa landa desolata, bene o male può andare, ma in prigione non sono mai riuscito ad ambientarmi. All’inizio è stato addirittura un inferno e ho pensato più volte di cambiare mestiere. Si ha l’impressione che il detenuto sia considerato né più né meno che una bestia. Massicce porte di ferro che sbattono, nessun luogo in cui andare. Non si può mai decidere niente per conto proprio, tutto è predisposto in anticipo. (…) La vita, in cella, è tetra e solitaria”.
Capita così di sorprendersi a scoprire come, sfogliando un libro letto anni prima, le frasi sottolineate spesso non ci dicano alcunché. E se si rilegge il libro più volte, a intervalli di lunghi periodi, ci si accorge di come nel passare del tempo si viene colpiti da cose diverse. Mi successe ad esempio con un libro letto durante l’adolescenza, un classico degli anni ’80: “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera.
La prima volta fui colpita dal personaggio femminile principale, Tereza, logorata da questa relazione dura e difficile con un uomo di cui s’era innamorata per averlo visto leggere “Anna Karenina” in un bar di provincia. La seconda, fu invece una storia marginale, e alcune riflessioni sulla vita fatte da un medico infelice. La terza volta non mi è piaciuto più, e Kundera da allora non l’ho mai riletto.
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