Bologna, 9 gennaio 2008
La fermata del bus 25 a cui dobbiamo scendere è poco prima del capolinea. Sul rosso del predellino spicca in bianco la scritta Carcere. Ad accoglierci, un odore acre di chimico, proveniente con ogni probabilità dal fumo grigio di una ciminiera. Intorno qualche palazzo e prati stinti. Estrema periferia bolognese, in un freddo e nebbioso pomeriggio di gennaio. Nonostante il nome sia un altro (Casa Circondariale suona meno perentorio di Carcere), la prima impressione sembra in parte assecondare gli stereotipi: aleggia qui una certa desolazione, e uno strano silenzio denso di presenze. Non c’è traffico, non ci sono negozi o bar, i passanti sono radi e vagamente circospetti. Ma probabilmente sono io che mi lascio suggestionare, facendo sì che il paesaggio urbano rifletta più i miei preconcetti e le mie attese che se stesso. Credo che in ciò si celi un’insidia e una rivelazione, ma non è il caso di pensarci ora e mi dico che è meglio levarsi ogni domanda di troppo dalla testa.
In effetti, la guardia carceraria che ci chiede i documenti all’ingresso non nota niente di straordinario e ha un fare quotidiano e distaccato che mi fa uscire dalla strana sospensione in cui mi trovo. Il fatto che abbia un’inflessione regionale, non so perché, mi stupisce: quasi a richiamarmi alla realtà.
Ma quello che mi colpisce sopra ogni cosa è la lingua degli oggetti: anche nella stanza di passaggio, il limbo che separa il cancello d’ingresso dal cortile interno, tutto si dichiara apertamente impersonale. Una parete di armadietti grigi col lucchetto, due portefinestre senza maniglie, che si aprono da un’altra stanza (quella in cui sta, dietro un vetro, il poliziotto che ci ha accolte) facendo un suono meccanico e stridente assieme.
Ebbene, è il momento. Abbiamo parlato con funzionari, dipendenti comunali, finanziatori, collaboratori al progetto… una lunga sequenza di telefonate, mail, incontri in uffici del centro, con le tipiche tende rosse alle finestre e alti saloni affrescati, o in bar, in biblioteche. Tutto questo aveva spostato l’idea del carcere come di qualcosa di remoto, quale in effetti è nella vita di tutti i giorni, un elemento tra gli altri del progetto, mentre si procedeva con l’organizzazione, la promozione, la messa a punto. Invece ora è il momento in cui la parola – carcere – diventa muri, colori, odori. Si entra nel merito della questione, andando a parlare nell’ufficio della Direttrice. Non posso negare di provare una certa eccitazione, come accade ogni volta che si entri in un territorio completamente nuovo. Ma ancora: occorre non pensare a tutto questo, essere “neutri” e non crearsi delle aspettative. Prestare bene orecchio e non proiettare all’esterno. Questo soprattutto deve contare, essere il centro a cui rifarsi costantemente.
Continuo a essere condizionata dagli oggetti e dal silenzio. So, perché l’ho letto, perché me l’hanno detto, che dietro a quelle piccole finestre allineate stanno più di mille persone. Eppure non le sento. E questo dà un tocco quasi irreale ai corridoi, alle piastrelle, alle scrivanie anni ’70 degli uffici al primo piano.
L’incontro con la Direttrice e l’educatore dura più di un’ora. Ipotizziamo titoli di libri, settori a cui rivolgerci, orari, spazi. Ci viene detto che dovremo inventariare tutto ciò che entrerà e tutto ciò che uscirà, oltre che la lista delle persone che lavoreranno con noi. Del resto non conosciamo il codice di comportamento e forse la Direttrice trova innocenti le nostre domande su come dobbiamo comportarci. “Vi consiglierei di non dare il vostro indirizzo di casa e numero di telefono”, aggiunge come spiegando ai bambini di non accettare caramelle. Poi fa un discorso su una sezione in cui sono detenute persone per casi di violenza sessuale, pedofilia, aggressione, ma non riesco a capirlo fino in fondo perché tutte le frasi mi risultano spezzate, dunque non posso farne un riassunto chiaro.
I nomi delle cose, per una che non ha mai amato particolarmente i polizieschi e che ha una visione ingenua e distorta dei fatti di legge, suonano autorevoli e quasi minacciosi: Ministero di Giustizia, Alta Sicurezza, Penale.
Tutto questo però so che per fortuna lo dimenticherò. Lo dimenticherò nel momento in cui il terreno in cui incontrarsi sarà quello che, secondo la mia esperienza, più di altri permette un confronto paritario che è solo e unicamente tra persone, senza etichette: la lettura di un libro.
Certo, non potrò non notare tutto quello di cui continueranno a parlarmi gli oggetti e il non-detto che ci sarà tra noi (infatti Giulia, Fausten – il regista e tecnico audio – ed io saremo gli unici, tra i detenuti, i poliziotti presenti e l’educatore a non avere esperienza della reclusione). Però potrò incontrare anche i più diversi da me nella conversazione intorno a qualcosa che tutti ci unirà: la lettura, appunto, di un medesimo testo.
Su questo la Direttrice e l’educatore mi sembrano d’accordo e a fine riunione, scambiate le informazioni necessarie e le prossime scadenze, la strada fatta in senso opposto sembra avere un sapore diverso.
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